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La brutta abitudine di provare in negozio per comprare su internet

Anche così si uccide la piccola impresa, ma un commerciante di Sarzana non ci sta e ha adottato un modello di business che potrebbe suonare suicida e invece è una giusta forma di resistenza contro lo strapotere dell'ecommerce

Dieci euro per provare scarpe e abiti. Poi la somma viene detratta dall'acquisto finale. E se alla fine la compravendita non va in porto, il denaro verrà decurtato con un ulteriore sconto sul prossimo capo acquistato. Accade a Sarzana, in provincia di La Spezia, dove un commerciante ha lanciato una provocazione per far fronte alle continue prove di abiti, successivamente acquistati via internet. Giulio Soresina contro Jeff Bezos: una sfida Davide contro Golia che racchiude però il passato e il futuro del commercio. È l'evoluzione. I negozi di frutta e verdura hanno scalzato i contadini che coltivavano e vendevano singoli prodotti. Poi i supermercati hanno pestato i piedi ai piccoli negozi. Dopo sono arrivati i centri commerciali. E infine l'ecommerce, che in attesa di essere soppiantato in virtù di un commercio interplanetario registra continui incrementi di vendita. Nel 2017 il 26,8% della popolazione comprava online.

In Italia, il mercato è cresciuto dell'11% rispetto al 2016, generando un fatturato di 35,1 miliardi di euro. Gli eshopper italiani sono circa 25 milioni e il 78% di questi fa un acquisto almeno una volta al mese. Il settore non conosce crisi, ma ha delle imperfezioni. Non occorrono dati per notare chi acquista abiti sul web. Magliette una taglia più piccola o più grande, scarpe comprate come nere e messe ai piedi nonostante quel lucido non notato nella descrizione, o righe dal colore imbarazzante che non era ben evidenziato nella foto del prodotto. Insomma, acquistare in negozio è un'altra cosa. Per questo l'idea del commerciante di Sarzana guarda al futuro, magari senza volerlo. L'integrazione tra commercio online e offline è capace di dare linfa vitale a entrambe le modalità di vendita. Due compartimenti commerciali che sono già in comunicazione tra loro.

Il 92% degli acquirenti dichiara di confrontare i prezzi. Il 30%, invece, li compara direttamente nei negozi fisici, poi acquista online. E con gli smartphone il gioco avviene in diretta. Il punto vendita fisico, per molti consumatori, si trasforma in uno spazio espositivo per vedere e provare prodotti da acquistare su internet. Per altri invece è il contrario. Il web diviene una sorta di showroom dove informarsi, leggere recensioni e trovare un negozio fisico in cui acquistare. Insomma, esiste una comunicazione importante tra il negozio fisico e quello virtuale. E il futuro si basa sull'integrazione capace di colmare le lacune dello shopping online e ridurre l'isolamento dei punti vendita di paese. Amazon lo sa bene. E punta sull'apertura di store in America e Germania. Zara lo ha già fatto: a Londra c'è un locale che consente alla clientela di vedere un capo, ordinarlo e successivamente ritirarlo.

Ho piazzato il cartello per allontanare i furbi – dice il commerciante di Sarzana – e da quando chiedo 10 euro, tanti se ne sono andati e le vendite sono aumentate”. Un antidoto alla disoccupazione creata dal commercio online dovrebbe passare da un serio ragionamento sulla web tax e l'integrazione commerciale anche in senso glocal. Forse ragionare su tagli Ires e redditi di cittadinanza è già diventato obsoleto.


Fonte: WIRED.it

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