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Le leggende metropolitane legate alla droga

Weed Day e Bicycle Day, due ricorrenze legate al consumo di droga, sono l'occasione per ricordare il ricchissimo folklore che circonda queste sostanze.

Un film del ’49, noto con diversi titoli, raccontava la storia di una donna con la vita rovinata dalla marijuana (foto: LMPC via Getty Images)

In aprile si celebrano due giorni cari alla controcultura. Il più famoso è il Weed day del 20 aprile, cioè in formato anglosassone 4/20. 420 è il numero simbolo della marijuana usata a scopo ricreativo. Lo precede il Bicycle day, che celebra il primo trip lisergico con lsd della storia. Il 19 aprile del 1943 il chimico svizzero Albert Hoffman decise di ingerire deliberatamente 250 milligrammi della lsd che aveva da poco imparato a sintetizzare. Per la scienza, era deciso a sperimentare gli effetti del composto, che arrivarono mentre stava tornando a casa in bicicletta, da cui il nome della ricorrenza.

Il dibattito sulle droghe, legalizzate o meno, è ora più attivo che mai. Il lockdown ha ovviamente influito sul loro consumo, per esempio con un aumento di domanda di cannabis light. Ma i soggetti più a rischio sono coloro che hanno sviluppato dipendenze. Secondo il dottor Riccardo Gatti, intervistato dalla Stampa, le droghe illegali sono più difficili da ottenere, ma a qualcuno mancano anche i soldi per quelle legali. In entrambi i casi non è possibile interrompere improvvisamente l’assunzione ed è difficile garantire a tutti l’assistenza necessaria.

Anche a causa della loro natura, oltre che per la loro diffusione nelle società, le droghe sono protagoniste di diverse leggende metropolitane, che a seconda dei casi stigmatizzano, ridicolizzano o incentivano il loro utilizzo. Si può dire addirittura che il folklore intorno al consumo di droghe è probabilmente uno dei più fecondi e interessanti per le sue infinite ramificazioni.

L’origine di 420

Partiamo dai fondamentali: perché 420 è il numero più famoso di internet, insieme a 69 e 42? L’associazione con la marijuana ha diverse teorie. Si dice per esempio che il 4 aprile sia il compleanno di Bob Marley (è l’11 maggio), o quello di Hitler (vero, ma che c’entra?), oppure un codice usato dalla polizia. Si dice anche che le 4 e 20 sia l’ora del tè (occhiolino..) in Olanda, o che la cannabis abbia 420 composti chimici, e così via.

La vera spiegazione però è un’altra. Come già raccontato su Wired, la storia del 420 comincia con una caccia al tesoro. Nel 1971 un gruppo di ragazzini credette di aver trovato la mappa per un favoloso campo di marijuana fuori San Francisco. I Waldos, questo il nome della banda, cominciarono a organizzare delle spedizioni di ricerca. L’appuntamento era alle 4 e 20 davanti alla statua di Louis Pasteur del loro liceo, la San Rafael High School. Nome in codice delle scorribande, che cominciavano con una fumata, 420 Pasteur. Il campo ovviamente non è stato mai trovato, ma in qualche modo il numero è rimasto e si è diffuso tra i consumatori di erba. Nel tempo deve essersi persa la spiegazione dell’origine, e la creatività ha fatto il resto.

Qui si spaccia droga

Un altro codice leggendario legato alla droga è quello invocato per spiegare lo shoefiti, cioè l’usanza di lanciare un paio di scarpe annodate tra loro in modo che poi penzolino dai cavi sospesi. Forse le ricorderete come arma di propaganda nel film satirico Sesso & Potere, ma non è particolarmente difficile vederle anche da noi.  Cosa significano? Le teorie non mancano.

(foto: shaunl/Getty images)

Una delle più gettonate, e che funziona a meraviglia per gettare nel panico morale i probi cittadini, è che segnalino i luoghi dello spaccio. In realtà è plausibile che si lancino le scarpe solo come moda giovanile, non è detto che ci sia dietro un codice o un significato. Sicuramente lo spaccio di droga non c’entra nulla: rimuovere le scarpe dai cavi non è particolarmente agevole, e non si capisce per quale motivo uno spacciatore dovrebbe attirare l’attenzione in un modo così vistoso. D’altra parte, se ancora crediamo ai segni dei ladri sui citofoni, possiamo credere a qualsiasi cosa.

Il bambino è servito

È la leggenda metropolitana cosmopolita per eccellenza, quindi ci sono ottime possibilità che l’abbiate sentita.  Il nocciolo è questo: a una nuova babysitter viene affidato un bimbo o una bimba. Ma la ragazza ha qualcosa che non va, e alla fine cucina (o tenta di cucinare) il pargolo in un forno tradizionale o a microonde (forse questa una contaminazione della famosa leggenda del cane bagnato da asciugare).

La leggenda è molto nota anche in Italia, dove ovviamente è stata ripetuta anche dai giornali (cartacei). La sua diffusione e mutazione è raccontata dallo storico Cesare Bermani in Il bambino è servito (1991). Bermani nota che nella versione statunitense c’è un dettaglio che ritorna in modo quasi immancabile, e spiegherebbe il comportamento cannibale della ragazza: la babysitter è sotto l‘influenza di droghe, per lo più marijuana o Lsd. Per questo motivo la leggenda è anche nota come the hippie babysitter, e in un colpo solo rende possibile stigmatizzare chi lascia i bambini con estranei, le giovani donne, la controcultura, e in particolare l’uso di droghe ricreative.

Il drogato nel loculo

Una leggenda legata alla droga tutta italiana, anche se non molto nota, è quella della voce dal loculo. Gli esperti di folklore Sofia Lincos e Giuseppe Stilo ne hanno trovato molte tracce nei giornali piemontesi degli anni ’80, ma specificano che era diffusa anche in altre regioni. Il teatro è uno qualsiasi dei nostri cimiteri. Un’anziana signora porta fiori al caro estinto e per farlo ha bisogno di spostare una delle scale semoventi lungo una delle pareti che ospitano i loculi. A quel punto si sente una voce inquietante che intima di non toccare la scala. Viene da un loculo vuoto, o meglio ancora privo dei resti di un defunto. La signora scappa in preda al terrore, a volte ha un incidente e deve essere ricoverata. Alla fino si scopre che il loculo era stato occupato da un tossicodipendente che lo usava per drogarsi in tranquillità: la scala gli serviva per scendere una volta finito.

Illustrazione: Sofia Lincos, via Cicap Piemonte

La leggenda ha una grande carica simbolica e moralizzatrice. Come scrivono Lincos e Stilo:

“È la prossimità con la morte – sociale, culturale, prima che biologica – il tema centrale di questa leggenda, che non a caso si diffonde in un periodo in cui la figura del “tossico” fa paura, si teme di incontrarlo o di esserne vittima.”

In un certo senso, proseguono gli studiosi:

“I drogati nei loculi sono anch’essi morti: tornano in terra per disturbare chi, invece, compie il gesto antropologico più tradizionale nei confronti dei veri morti, quello degli omaggi ai defunti. E lo fanno quasi sempre come mere voci, tanto che quando chiedono di lasciare la scala, come si vedrà pure nelle altre occorrenze piemontesi della storia, non se ne scorge il corpo. Sono, alla lettera, una voce dalla tomba.”

Tatuaggi e rospi lisergici

Droga e tatuaggi: un mix perfetto per un bel panico di massa. Dalla fine degli anni ’80 fino a metà degli anni ’90 si è diffusa in mezzo mondo la leggenda metropolitana dei tatuaggi Blue star. Secondo le voci erano tatuaggi trasferibili con le immagini di personaggi dei fumetti, in tutto simili a quelli in voga tra i bimbi, ma una volta applicati rilasciavano Lsd. A volte ci sarebbe stata anche stricnina, ritenuta a torto un residuo della produzione dell’acido. L’obiettivo degli spacciatori in ogni caso era avviare i giovanissimi alla droga.

La dosi di lsd possono essere distribuite su carta assorbente da ingerire, che può essere variamente decorata anche con personaggi di fantasia. Nessuno, invece, ha mai spacciato acido ai bambini sotto forma di tatuaggi o figurine. Secondo Cesare Bermani furono i media (e le istituzioni) a fare proprio il panico, anche in assenza di qualunque prova o plausibilità (come farebbe un bambino a diventare cliente dopo il trip?). Per rendersene conto basta fare una ricerca negli archivi storici dei più importanti quotidiani, e ammirare il giornalismo cartaceo fare del proprio meglio a montare il terrore quando ancora non si parlava delle temibili fake news del web.

Un altro supporto anomalo per la droga è il famigerato rospo allucinogeno. Basterebbe leccare il batrace per un trip lisergico a costo zero. Dagli anni ’60 in poi diversi giornali si sono dati da fare per far credere che si trattasse di un’usanza diffusa tra gli hippie, ma non è così semplice. Dall’antichità abbiamo aneddoti sulle sostanze prodotte dai rospi, e alcune specie di rospo secernono composti allucinogeni sulla pelle. Ma dal momento che secernono anche molte altre sostanze velenose, leccare un rospo, anche fosse quello giusto, rischia di diventare un’esperienza poco piacevole. Alcune persone ci hanno provato, soprattutto seguendo le leggende raccontate sui giornali, ma non è mai esistita una mania, o un’usanza diffusa.


Fonte: WIRED.it

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