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Salvini e i selfie che non generano sorrisi ma domande: “Non siamo più terroni di merda?”

La strategia di comunicazione del vicepremier messa in crisi dalla sua stessa arma: bagni di folla, richieste di autoscatto che poi si rivelano video accompagnati da domande imbarazzanti ma legittime

Il giochino dei selfie col popolo sta sfuggendo di mano a Matteo Salvini? Il rischio, d’altronde, esiste: se ti concedi alla gente, quella risponde come vuole ed è penetrabile non solo da chi ti bacia le mani come fossi un Papa-Re ma anche dai tuoi avversari. O, più semplicemente, da chi non è d’accordo con te e con le tue idee (spesso pericolose) e ne approfitta per burlarti. O anche qualcosa di più, lo vedremo poco oltre.

Gli ultimi due casi di selfie molesto – che poi quasi mai è un selfie ma un breve video – sono capitati dopo un comizio di ieri a Salerno: “Grande Salvini, non siamo più terroni di merda?” gli chiede una donna. Il ministro le chiede di cancellare il video, dopodiché il telefono le viene strappato di mano e voci non meglio identificate, evidentemente della scorta e della Digos, la invitano a spostarsi da un’altra parte. Qualcuno la allontana requisendole il dispositivo, che in seguito le è stato restituito. Il telefono continua per un po’ a registrare. In sottofondo, a schermo nero, si sente lei: “Non ho detto niente di male, non l’ho insultato”.

Giornataccia, a Salerno. Prima o dopo l’“assalto” sui terroni – non è dato saperlo ma dalla brutta cera del vicepremier si direbbe dopo – un altro giovane lo avvicina sempre con la scusa del selfie e gli chiede, in modo più elegante a dirla tutta: “Ministro, i 49 milioni che fine hanno fatto?”. Stavolta il ministro dell’Interno ha la risposta pronta, per quanto insensata: “Ce li hai tu”. Intanto le indagini sul tema proseguono.

Non sono i primi casi, se ne contano a decine negli ultimi mesi. Un paio, per esempio, solo a febbraio in Sardegna: in un’occasione con un insulto che ci si sarebbe dovuti risparmiare – la contestazione ha senso quando gioca sul filo del surrealismo – in un altro sempre sui 49 milioni di euro spariti dalle casse della Lega e con un messaggio decisamente più condivisibile: “Più accoglienza, più 49 milioni! Grande”. Come dimenticare, infine, lo scorso aprile il bacio di Gaia Parisi e Matilde Rizzo a Caltanissetta con un inebetito ministro che fissa lo smartphone? “Messaggio a chi limita la libertà” avevano detto le 19enni.

Dunque, è ormai evidente: il selfie molesto – il “selfini”, potremmo ribattezzarlo – è diventato una sorta di forma di contestazione. Una specie di espressione letteraria di opposizione dell’era digitale. Un gesto punk e anarchico di chi non sa neanche cosa sia il punk ma è cresciuto con lo smartphone incollato alla mano. E la reazione piccata di ieri – la donna a cui è stato sequestrato per un po’ il telefono – lo dimostra. Il rischio di confrontarsi con folle adoranti – che ultimamente non sono poi più proprio folle – presta il fianco a una vulnerabilità altrettanto sterminata. Un rischio che nei mesi e negli anni scorsi valeva forse la pena correre, per accreditare l’idea di un politico “come voi” (“Noi con Salvini”, vi dice nulla?) al quale non interessa uscire negli autoscatti col faccione né esporsi con outfit non proprio da settimana della moda, ma che adesso sta concedendo un po’ troppe possibilità di gridare al re del Carroccio che, su molti fronti, è nudo.

Questo era il primo punto, tutto politico, legato alla comunicazione e alle opportunità di propaganda del vicepremier che, come sappiamo, è seguito da veri e propri geni ai quali nulla è concesso consigliare. C’è poi un secondo elemento sul quale vale la pena soffermarsi, e che procura molta pena ai cittadini italiani. Cioè quello di vedere la figura stanca, sfibrata, inflazionata di un importante ministro piegato al gioco propagandistico continuo e incessante di mettere la faccia ovunque, di fronte a migliaia di smartphone affiancandosi ogni giorno a migliaia di sconosciuti, con l’obiettivo appunto di essere “uno come voi”.

Una pratica che non solo, come abbiamo visto, si sta trasformando nel principale mezzo di contestazione dal basso alle posizioni della Lega ma sta facendo di peggio: sta distruggendo l’istituzione che incarna alla pari delle sue posizioni politiche. La mortifica nella sua estetica. Salvini non è un influencer, è più che altro un cartonato. Le pose in cui lo immortalano i selfie e i video, specialmente quelli in cui viene sbeffeggiato, ne svelano l’umanità piagata da un compito così grave e stressante. Al di là di chi ricopra quel ruolo, che un vicepremier e ministro dell’Interno diventi una sagoma di marketing in pasto a qualsiasi burlone con un filo di coraggio è non solo pericoloso ma anche deprimente.


Fonte: WIRED.it

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