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Alibaba compie 20 anni. E traccia il piano per vendere il made in Italy in Cina

Vino, design, alimentari i prodotti su cui lavorare, il fintech l'infrastruttura per spingere i pagamenti con Alipay. La piattaforma di ecommerce guarda ai mercati all'ingrosso e alla costruzione del cloud

Il fondatore di Alibaba, Jack Ma (Getty Images)

Tra pochi mesi il fondatore di Alibaba, Jack Ma, lascerà il timone della sua creatura, la più importante piattaforma di ecommerce in Cina. Il prossimo 10 settembre, come ha annunciato un anno fa, il patron farà un passo indietro, affidando la presidenza all'attuale amministratore delegato, Daniel Zhang.

Tuttavia Ma laoshi (professor Ma, com'è chiamato dai suoi dipendenti) ha già tracciato la linea del futuro traguardo. Entro il 2036 Alibaba deve raggiungere 2 miliardi di clienti al mondo, di cui uno della madrepatria (dove a dicembre, dati aziendali, ne registrava 636 milioni) e uno nel resto del mondo.

Il 4 aprile Alibaba compie 20 anni. Nel 1999 Ma con altre 18 persone ha acceso i motori di quello che sarebbe diventato uno dei colossi dell'economia digitale cinese: Alibaba. Dalla città di Hangzhou la piattaforma si è espansa in tutta la Cina e, successivamente, nel sud est asiatico, approvvigionandosi di prodotti da tutto il mondo. Nel 2018 il Singles day, la giornata di shopping sfrenato che Alibaba organizzata l'11 novembre, ha totalizzato in 24 ore 30,8 miliardi di dollari di incassi, più del Black Friday di Amazon. Quasi quadruplicati rispetto alla prima edizione nel 2009.

All'ecommerce, distribuito su più piattaforme (tra le altre Taobao, il must in Cina, Aliexpress, Tmall), si sono aggiunti i supermercati Freshippo (ex Hema), la piattaforma di pagamenti digitali Alipay, un sistema di logistica, Cainiao, servizi cloud e marketing, la partecipata Didi Chuxing nei trasporti in auto, Weibo per il microblogging, Youku sul fronte video. Con il motore di ricerca Baidu e Tencent, che ha sviluppato la app di messaggistica We Chat, Alibaba compone la triade dei Bat, i colossi tecnologici di Pechino.

Il Singles day di Alibaba

Biglietto di ingresso

In una Cina dove l'anno scorso si sono registrati 586,3 milioni di persone che hanno fatto acquisti online (il 9,1% rispetto al 2017, dati Ecommerce foundation) e in cui Amazon ha appena l'1% delle quote di mercato, la galassia Alibaba ha il predominio delle vendite online. È quindi l'interlocutore numero uno per chi voglia approdare sui canali ecommerce del Dragone. E raggiungere una platea di consumatori che entro il 2020, secondo uno studio della società di consulenza Bain Company, conterà il 35% degli acquirenti di lusso online a livello globale.

Per questo dal 2014, dopo la liberalizzazione del commercio transfrontaliero, Alibaba ha aperto uffici in tutto il mondo per far conoscere il marchio e reclutare aziende. “C'è nel complesso un segnale di apertura verso i prodotti occidentali e di facilitazione dell'accesso al mercato cinese”, spiega Rodrigo Cipriani Foresio, direttore generale di Alibaba in Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e dello sviluppo di Tmall business in Europa. Un esempio? “La tassa di importazione, che dal primo aprile è passata dall'11% al 9%. E tre anni fa era al 22%”, esemplifica il manager.

In tre anni di attività, dall'apertura dell'ufficio a Milano nell'ottobre del 2015, abbiamo portato in Cina con le nostre piattaforme più di 500 marchi dall'Italia. E registriamo l'apertura di più di 300 flagship store”, racconta Cipriani Foresio. Ai nastri di partenza c'erano moda, cosmetica, prodotti per la casa.

Ma ora il focus è sull'alimentare. “È il progetto dei prossimi anni”, precisa il manager. In particolare Alibaba guarda a quattro prodotti: vino, latte, olio e caffè. I must have a tavola della classe media e dei consumatori più giovani. Mentre il governo, dopo la consegna dei primi di arance rosse, lavora ad accordi su pere e riso per risotto.

L’ecosistema di Alibaba (ufficio stampa)

Il cibo italiano

In Cina il consumo di vino è in aumento, ma l'Italia è in ritardo rispetto a Cile e Francia”, spiega Cipriani Foresio. Il gruppo ha già arruolato una cinquantina di catene del Belpaese e alcune aziende di primo piano, come Antinori, Frescobaldi, Ca' del Bosco, ma per recuperare terreno su una quota di mercato che per l'etichette italiane è il 6% delle vendite in Cina nel 2018, occorre “creare un marchio italiano, senza pretendere che il consumatore riconosca la regioni”, suggerisce il manager, “svecchiare la catena di vendita” e trovare strade “per attirare un consumatore giovane, per esempio una bottiglia colorata”.

Regole che valgono anche per caffè, olio e latte. Oltre allo sbocco online, su Tmall global, gli accordi commerciali portano il cibo italiano anche nei negozi di Freshippo, catena di supermercati high-tech, senza casse, con consegna a domicilio, che conta già 145 insegne nei primi tre anni di attività. Nelle prossime settimane una delegazione sarà alla fiera alimentare Cibus a Parma proprio per selezionare fornitori da impilare sugli scaffali dei negozi, che hanno un posizionamento premium sul mercato della madrepatria.

Alibaba (Getty Images)

Gli altri business

Lo scouting del colosso dell'ecommerce, tuttavia, gioca anche su altri tavoli. Primo: il design. Altro marchio caratteristico del made in Italy, ma più complesso da esportare per la gestione logistica e il montaggio. Tuttavia nelle mire dei cinesi. “Smeg e Bialetti hanno aperto uno store”, ricorda Cipriani Foresio. E ci sono dialoghi con Kartell e Artemide.

Ma sulle piattaforme cinesi sono arrivatea anche startup come Mukako, che con il suo tavolo da gioco per bambini ha avuto tanto successo da essere ospite del prossimo evento di Tmall in Cina, il 12 aprile, per avviare la campagna 2019.

Secondo fronte: il mercato dell'ingrosso. “Si stima che il mercato b2b (business to business, ndr) sia 4-5 volte più grande di quello b2c (business to consumer, ndr)”, precisa Cipriani Foresio. In questo caso la vetrina di destinazione è quella di Alibaba.com, a cui sono iscritti oltre 100 milioni di buyer in tutto il mondo. Le aziende hanno a disposizione una sorta di pagine gialle in inglese, con cui presentare la propria offerta all'esterno.

Abbiamo stipulato un accordo unico al mondo con Unicredit che tramite la sua rete di oltre tremila sportelli dà supporto alle aziende che vogliono aprire uno store”, spiega il direttore generale di Alibaba in Italia. Nei primi otto mesi l'intesa è valsa l'iscrizione di 400 aziende, dalla moda alle macchine agricole, dall'utensileria al cemento.

L'Italia è stata scelta come paese pilota per questo test – aggiunge il manager –. Questo esperimento con Unicredit ci permetterà di entrare in Europa dell'est”. E il prossimo passo sarà aprire Aliexpress, finora destinato al commercio fuori dalla madrepatria di prodotti made in China, alle aziende italiane.

L'Italia ha un altro primato sulle piattaforme cinesi. Come ricorda Cipriani Foresio, “è l'unico paese al mondo ad aver creato un hub per la promozione del made in Italy, HelloIta, con l'Ice”, l'Istituto per il commercio estero. Che in futuro potrebbe sostenere un'altra espansione immaginata dal numero uno di Alibaba in Italia: quella nel settore dei viaggi, sulla piattaforma Fliggy, dove finora i tour verso il Belpaese sono in mano a operatori locali.

Pagamenti con la piattaforma cinese Alipay

Pagamenti digitali

Il turismo cinese è in crescita in Italia. E Alibaba ha schierato accordi con aziende, negozi, monumenti per accettare pagamenti con Alipay, uno dei borsellini digitali più diffusi in Cina.

Oltre alle banche – Unicredit, Intesa Sanpaolo, Bnl, Banca Sella e Bank of China – il gruppo si è alleato con la fintech Tinaba, che consente a ottomila taxisti di accettare transazioni con Alipay attraverso qr code (già mille ne hanno effettuata una) e con Ivs per le macchinette del caffè.

Dal nostro punto di vista si sta sviluppando una maggiore sensibilità a seguire non solo le città più grandi, ma anche altre come Verona, Bologna e Torino che sviluppano un traffico comparabile con città come Madrid”, osserva Piero Candela, che guida Alipay in Italia. E aggiunge: “L'idea è di passare dal pagamento come elemento di costo a valore per un'impresa, per intercettare l'interesse del cliente prima che entri in Europa”.

E il borsellino digitale è una calamita anche per gli studenti cinesi in Italia, fungendo da riserva di valuta. Ma anche per clienti da altri paesi asiatici, dove Alibaba sta integrando i sistemi fintech locali. “È una popolazione giovane, in rapida crescita, che si sta arricchendo e non è ben servita dal punto di vista finanziario”, chiosa Candela.

Nella nuvola

L'ultimo tassello del piano è il cloud. Dopo Amazon e Microsoft, Alibaba è la terza azienda al mondo per questi servizi. In Europa l'infrastruttura si appoggia a due data center, in Germania e Regno Unito. È il prossimo servizio che il gigante dell'ecommerce, per la società di consulenza Emarketer il terzo venditore al mondo di pubblicità, dopo Google e Amazon, vuole infilare nel bouquet di offerte ai clienti, vendendo la vetrina su Alibaba e l'infrastruttura cloud su cui costruirla.

I primi contratti sono già stati sottoscritti. Con Pirelli, il cui primo socio è la cinese Chem China. E Costa Crociere, che ha appena varato una nave proprio per i mari asiatici, Costa Venezia, con l'obiettivo di beneficiare della crescita dei crocieristi cinesi, che nel 2020 dovrebbe raggiungere 4,5 milioni.


Fonte: WIRED.it

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