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This is America, che cosa racconta il nuovo video di Childish Gambino (o meglio Donald Glover)

Il nuovo brano della sua incarnazione musicale Childish Gambino è pieno di rimandi alla violenza contro gli afroamericani e al pericolo dell'omologazione

Una canzone e il suo relativo video musicale stanno facendo molto parlare di sé negli ultimi giorni: stiamo parlando di This is America, il nuovo brano di Childish Gambino, l’incarnazione musicale dell’eclettico attore e artista Donald Glover. Impegnato nella prossima uscita del film Solo: A Star Wars Story e nella seconda stagione della sua serie Atlanta (dal 17 maggio su Fox), Glover ha diffuso questo suo nuovo pezzo musicale in cui affronta il pesante clima socioculturale in cui è immersa la comunità afroamericana negli Stati Uniti di questi anni.

Grazie a un video estremamente suggestivo e pieno di rimandi metaforici, Glover vuole trasmettere una certa idea di blackness: l’essere neri nell’America di Trump ma anche delle violenze della polizia e della diffusione epidemica delle armi significa dover costantemente mettere in discussione la propria identità e fare i conti con il vendersi ai valori culturali della società bianca. Nelle scene del video, immerse in uno spazio industriale apparentemente candido, ciò è rappresentato dallo stesso Glover che si muove danzando in una coreografia che richiama Jim C, la figura parodica creata dai sudisti per prendersi gioco della cultura degli ex schiavi.

https://twitter.com/JSim07/status/993302602287792128

Mentre danza, Glover sublima anche la violenza che corre nelle vene degli Stati Uniti più divisi: dapprima spara in testa a un uomo incappucciato che poco prima impugnava una chitarra (l’artista Charles the Second, anche se all’inizio era stato identificato erroneamente come il padre di Travon Martin, ragazzo ingiustamente ucciso dalla polizia), e poi con un’arma semiautomatica fredda un intero coro gospel, in un episodio che richiama alla mente i fatti di Charleston. Il personaggio di Glover torna a danzare, circondato da studenti di colore che ballano il gwara gwara (danza di origini sudafricane ma divenuta popolare grazie a artisti come Rihanna) e immerso fra rottami di auto, gente che fugge come in riot urbani e gente a cavallo. Infine anche lui stesso si mette a correre rincorso dalla polizia.

Sono scene potenti, che richiamano alla mente i tantissimi fatti di cronaca che raccontano di una coesistenza difficile da realizzarsi pacificamente. Sul fondo di una musica afrobeat, Childish Gambino declama quella che, in apparenza una lettera d’amore, si trasforma in un disperato e ambiguo messaggio di caos, con lo stesso corpo di Glover che appare ora conturbante ora allucinato. Lo stesso testo della canzone manda messaggi contrastanti: se l’inizio è quello accomodante di qualsiasi brano ritmato (“We just wanna party / Party just for you / We just want the money“: vogliamo solo divertici e fare i soldi), subito il sogno viene ribaltato: “This is America / Don’t catch you slippin’ up / Look what I’m whippin’ up“, “Questa è l’America, non farti cogliere in fallo, guarda cosa sto mettendo in piedi“.

Il testo continua con riferimenti alla polizia e alla violenza delle armi, trattate con più rispetto delle vite umane (“Police be trippin’ now / Yeah, this is America / Guns in my area / I got the strap“: la polizia è in subbuglio, le armi nel mio quartiere, devo farmi una pistola), e attaccando un certo tipo di aspirazioni sociali che, soprattutto per gli afroamericani, altro non significano che pericolo di omologazione: “Look how I’m geekin’ out / I’m so fitted / I’m on Gucci / I’m so pretty / I’m gon’ get it“, “Guarda come mi appassiono, sono in forma, vesto Gucci, sono bello, avrò tutto questo“.

Il bilancio di This Is America è un ambivalente grido d’allarme: da una parte Glover denuncia i pericoli e la violenza che circondano le black community negli Stati Uniti, dall’altra sembra suggerire una specie di autocritica rispetto a quei modelli consumistici che annebbiano la vista di chi invece dovrebbe portare avanti valori più importanti, afroamericani in primis (“You just a black man in this world / You just a barcode… You just a big dawg, yeah / I kenneled him in the backyard“: sei solo un uomo nero, un codice a barre, un cagnolone, l’ho messo in gabbia nel retro). Non è solo un atto di accusa o di autoaccusa, è anche un grido di dolore e di rabbia per una società che non fa altro che gettare il sale sulle ferite delle proprie contraddizioni: “America, I just checked my following list and / You go tell somebody / You mothafuckas owe me“, “America, ho controllato la lista dei follower e dovete dirlo a qualcuno, voi stronzi siete in debito con me“.


Fonte: WIRED.it

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